Oziose considerazioni sui tg in questo periodo (e di non poterne più delle elezioni)

In questo periodo sto facendo qualcosa che non avrei mai pensato di fare: vedere il TG4.

Il tg più lontano da quanto siano le mie posizioni, idee e via discorrendo sul tema “informazione”. Eppure lo sto vedendo, perlomeno vedendone la seconda metà.

Il perchè è molto semplice: comincio ad avere l’orticaria al solo sentir parlare di elezioni, liste, politica e partiti.
Ogni tanto ho voglia di sentire qualche accidenti di notizia di cronaca, pettegolezzi, qualcosa di vagamente leggero.

Ogni tanto ho voglia di sentire che nel mondo succede qualcosa di diverso da i rigurgiti di bile di Grillo, gli show cabarettetistici di Berly, le gavotte tra Monti e Bersani.

Ad esempio in questo periodo m’interessa capire cosa stia succedendo in Mali e Siria (*), sarebbe interessante capire, approfondire.
Invece ci sono servizi striminziti che ti parlano di morti, agguati, bombardamenti.

Il restante 80% di un qualsiasi tg tipo TG3 o La7 è unicamente ed esclusivamente politica.
E non politica nel senso di programmi, no pettegolezzi politici.

Il restante 10% sono notizie varie suddivise in

  • 80% di problemi economici
  • 10% di notizie dall’estero
  • 10% di varie eventuali metti che abbiano annunciato le candidature all’Oscar.

Tutto ciò non informa, angoscia un bel po’, ed è interessante come il manuale della caraffa filtrante. Anzi di meno perchè magari potrei avere bisogno di sapere qualcosa su come funzioni la caraffa filtrante.

A questo punto, stufa dello spettegulezzume politico, ho deciso che preferivo informarmi a pezzi: un pezzo di La7, un pezzo di TG4 e BBC per le notizie estere.

Il tutto sperando che il 24 febbraio arrivi in fretta e che chiunque vinca abbia una schiacciante maggioranza di modo da tornare ad occuparci di qualcosa di un po’ più interessante dei mal di pancia di partito X, partitino Y.

Che si torni a parlare di vita normale e non di quel videogioco che pensiamo sia la politica itagliana.

(*) parlando da viaggiatrice e molto egoisticamente ho il cuore che sanguina. Son due posti dove avrei voluto andare. Soprattutto il Mali per vedere le moschee di sabbia e Timbuktu. Tutta bellezza che finirà distrutta dalla guerra e dal fanatismo
(**) ci son momenti nella mia vita in cui “sento” che in un posto ci dovrei proprio andare e finisco per non andarci per ragioni tipo “Ad agosto fa troppo caldo”, “non ho ferie ad ottobre”. E’ successo con New Orleans e venne Katrina, è successo con il Mali (***)
(***) Adesso sento fortissimamente che dovrei andare a vedere il New England durante la stagione autunnale. AHEEM

 

Appunti di viaggio: Bristol

Nota: sono appunti che ho preso e poi lasciato lì. Arrivano quasi con un mese di ritardo.

C’è un qualcosa di strano in Bristol. Da lontano, per le memorie di antiche lezioni, ti viene in mente una città grigia, industirale, senza niente da vedere o da amare.
In realtà Bristol è una canzone dei Massive Attack fatta di pietra e cemento vicino ad un fiume che si chiama Avon.
Quando non sono i Massive sono i Portishead al punto che ti vien da prendere l’autobus che porta alla cittadina omonima.
E quando non è musica è Banksy con i suoi murales o Brunei con il suo ponte.

Bristol è un posto dove ti sembra non ci sia mai il sole, se frughi nella memoria ti vengono in mente giornate in cui piove o è grigio. A volte ti viene in mente il sole ma è qualcosa di lontano.
Bristol può essere Clifton, il quartiere pieno di locali vicino all’università, o Cabot Circus, l’enorme area commerciale dove c’è di tutto e di più, dai negozi iperlussuosi alle catene classiche. Un’area che divisa in 3 con una parte modernissima e ed edifici liberty sparsi.

Bristol è la stazione che sembra un castello, un ponte che sembra star su per miracolo e autobus che ti portano in campagna, verso posti che sono quanto di più lontano ci possa essere da un pezzo drum’n’bass ma brani dei Pentangle o di qualsiasi altro gruppo folk inglese.

Bristol è un posto dove passi ma non ti fermi. Una base ma non ti viene in mente di fermarti e visitarla.
Poi ti succede e scopri le parti medioevali, scopri le aree georgiane, i parchi e quanto è rimasto in piedi dopo i bombardamenti tedeschi e gli scempi edilizi degli anni 60 (*)

Bristol ha la vicacità strana di una città che doveva essere un rigurgito di creatività negli anni ‘90 anche se oggi quegli splendori paiono essersi un po’ appannati e l’aria pare essere meno elettrica (**)

A Bristol c’ho passato una settimana: un giorno a girarla sotto il diluvio universale e 5 a dormirci e cenarci.
Il resto è stato rinnovare memorie e vedere qualcosa di nuovo.

Ma nella memoria continua ad esserci una canzone dei Massive e una soundtrack dominata da “Yuuu arrr maii engeeel”

(*) Gli edifici inglesi degli anni ‘60 superano in bruttezza quelli tedeschi dello stesso tedesco. E assicuro che è difficile pensare a qualcosa di più brutto di un edificio tedesco in cemento costruito negli anni ‘60
(**) Le mie memorie di Londra e Bristol inizio di questo millennio sono di un’atmosfera decisamente elettrica ed energetica.

Galles e gallesi

La prima impressione a pelle del Galles è stata di pensare a quanto mi ricordasse l’Irlanda di 20 anni, prima del miracolo e di tutti i cambiamenti.
Cardiff è una città stranissima, divisa tra un passato recente e un futuro che non si sa ancora cosa sarà. Piena di vita, di tracce del passato e costruzioni che parlano del millennio in corso.
Tra l’industria mineraria e quello che sarà.
Una città ove puoi ancora vedere le arcade, le bellissime gallerie di negozi di fine 800, e il centro commerciale modernissimo.
Una città dove puoi ancora trovare il piccolo commercio, stranissimo per le città inglesi, a fianco delle catene di negozi.
Una città dove chiudono il centro per la partita della nazionale di rugby e per un giorno è tutto un brulicare di persone che festeggiano nelle strade, cori e gruppi che cantano e ridono.
Una città che ha attorno boschi e giardini verdissimi, con colline meravigliose a poco più di mezz’ora di autobus.
Qualcosa che avevi sempre sentito descrivere come industriale, grigia e brutta e che scopri essere un posto delizioso, pieno di verde e di vita (*)

Le altre città, per quanto vicine, sembrano fare ognuna caso a se. Personalmente sono stata molto colpita da Carmarthen. Non perchè sia eccezionalmente bella ma perchè, guardandola con gli occhi della memoria, mi sovviene un’atmosfera da film inglese anni ’50 e una luce stranissima.

E poi le montagne coperte di erica viola, le foreste cupe e foltissime, le colline verdi e le maree di pecore, mucche e cavalli nei campi che vedevi passando.

E il mare. Quello spettacolo della bassa marea, con il mare che diventa argenteo sotto il sole e lo stridio dei gabbiani (**) al punto da farti venire in mente quel pezzo di Tolkien ove dice “Beware of the Sea! If thou hearest the cry of the gull on the shore, Thy heart shall then rest in the forest no more.”
Perchè ti rimangono negli occhi e nella testa il vento ed il silenzio rotti solo dalle grida dei gabbiani.

Girando un po’ l’iniziale memoria di Irlanda svanisce perchè inizi a renderti conto delle differenze. Differenze sia storiche, qui meno monaci e guerre contro gli inglese, sia di paesaggio e ambiente.
I gallesi sono anche loro orgogliosissimi della loro storia e cultura al punto che in centro a Cardiff ci son due cerchi di pietre stile Stonehenge a memoria del Gorsedd (***) e in ogni angolo ci sono memorie di miniere, castelli e rovine ma non hanno le ferite storiche degli irlandesi.
Sono indipendentisti, orgoliosi del loro paese ma senza eccessi.E sono vivi, gentilissimi, disponibili e caciaroni.
Hanno ferite e memorie diverse legate soprattutto a quello che è stato l’inferno della vita nelle miniere. Qualcosa documentato, diventato storia che sopravvive nelle memorie dei padri e nei musei.
Al National Waterfront di Cardiff vi sono le foto e le testimonianze storiche ed è strano pensare che ancora trent’anni fa vi fosse ancora gente che faceva quel mestiere durissimo.

La cosa più strana, per me perlomeno, è stata la presenza di pochissimi turisti stranieri. Molti inglesi, molti locali ma pochi provenienti dall’estero.
Forse domani questo sarà il paese dove si andrà come ora si va in massa in Irlanda.

Un po’ lo spero per loro, un po’ vorrei non fosse per la meraviglia che è adesso.

Con le arcade, le cittadine che sembrano uscite da un quadro, le colline verdi e le spiagge lunghissime e deserte.

Quello che adesso è memoria.
(*) Swansea è un altro paio di maniche. Dylan Thomas, che ci era nato la definiva, “Ugly, lovely home town” e io sull’ugly sono pienamente d’accordo
(**) Sembra retorico e banale ma è proprio così e non saprei dirlo in altro modo.
(***) Letta a proposito del fondatore del Gorsedd, il ritrovo annuali di bardi e druidi: “usava laudano e ciò può averlo portato ad avere l’idea”. ‘fettivamente è un po’ strano per noi pensare ad un evento con druidi e circoli di pietre sacri

Ritorni

Roads go ever ever on
Under cloud and under star,
Yet feet that wandering have gone
Turn at last to home afar.
Eyes that fire and sword have seen
And horror in the halls of stone
Look at last on meadows green
And trees and hills they long have known.
(Tolkien)

Cene

Essendo stanca ed essendo la citta’ invasa da tifosi rugbistici, ho optato per cena presto, ossia in orario locale e ristorante vicino.

Quello decente piu’ vicino e’ un italiano ed e’ stato “oggi le comiche”.

Guardo il menu’ e opto per un’insalata nizzarda.
Arriva il piatto e, iniziando a mangiare, noto delle stranezze tipo l’assenza di pomodori e tutto quanto e’ insalata nizzarda.
In compenso c’erano dei caprini.

Essendo gli inglese convinti che la Ceasar’s salad sia un piatto italiano, non mi stupisco piu’ di tanto che possano pensare a una nizzarda senza tutto il resto ma con il formaggio di capra.

Dopo un po’ arriva la cameriera che, con aria strana, mi chiede se apprezzo il gusto del piatto che sto mangiando.
Io rispondo di si e lei, rinfrancata, che han sbagliato a servirmi e mi han portato un’insalata di caprini al posto della nizzarda.

Ribatto che effettivamente mi era parsa un po’ strana e che ricordavo che dovesse essere diversa, con altri ingredienti, ma va bene cosi’.

Arriva il momento del caffe’ e chiedo l’espresso.
Mi domandano: “Lo vuole alla napoletanao o alla milanese?”

Momento di silenzio mentre metto su un’espressione da procione perplesso.

Poi, partendo dirattamente dalle viscere, mi parte un “EEEH?” (maiuscolo e corpo 40, helvetica).

La cameriera, peraltro italiana, inizia a spiegarmi cosa sia un’espresso alla milanese e io, prima di sentirmi dire che e’ impanato e con lo zafferano, rispondo che sono italiana e per me l’espresso, tra i due, puo’ essere solo napoletano

Per inciso non era neppure ala napoletana, diciamo il solito espresso english way.

Da domani si torna agli stew, soup of the day e merluzzi.

Almeno non mi trovo ad immaginare un caffe’ con zafferano ed ossobuchi.

Le non-londra inglese

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Quando si parla di quest’isola ove sono adesso l’italico pensiero solitamente corre verso un poato ed un loco solo: Londra.

Ora Londra e’ affascinante, vitale e cool finche’ si vuole ma non e’ rappresentativa piu’ di tanto del resto del paese.

Facciamo un esempio: il tipico “all’estero e’ meglio” sostiene che “A
Londra i negozi chiudono tardissimo” e cio’ e’ vero ma in molta altra parte di quest’isola i negozi chiudono alle 17.30

Per fare un esempio concreto stasera, ore 18, Wells
Deliziosa cttadina, meraviglioso centro storico e una delle piu’ belle cattedrali del paese. Peccato che quando sono arrivata io, ore 18 per l’appunto, sembrasse una citta’ fantasma con qualche umano camminante e tutto chiuso.
Tranne la cattedrale che, per qualche stravaganza inglese, non solo era aperta ma pure sguarnita di agguerrite signore che ti chiedono soldi. (*) con gran gioia dei turisti presenti.

Ora, tornando al discorso iniziale, nella mia mente le citta’ inglesi si dividono cosi’:

1- Londra
2- Citta’ che somigliano a Londra ma che continuano ad essere “altro”. Il primo esempio che mi viene in mente e’ Bristol che ti ricorda la grande metropoli ma continua ad essere qualcosa piu’ in sordina (**)
3- Citta’ stravaganti tipo Glastonbury
4- Citradine uguali a qualsiasi altra cittadina di provincia ove capiti per ragioni lavorative o turistiche. Wells per citarne una

Le citta’ di tipo srravagante son poche, mi vengono in mente St Ives in Cornovaglia e Glastonbury nel Somerset.

E oggi eri in quest’ultima.
Dovessi definirla direi che e’ al tempo stesso una meta turistica e la Lordes dei neopagani e niu eiger.
Un posto dove vi sono manifesti dove non si parla di gita al Tor ma di “pellegrinaggio”, dove si mischiano memorie arturiane, il Graal e religioni di ogni genere.
L’unica citta’ inglese ove Boots e’ l’unico negozio di grande catena presente sulla High Street. Dopo enne negozi di cristalli, librerie esoteriche e negozi esoterici di ogni genere ho iniziato a chedermi dove le persone normali facciano gli acquisti.

in ogni caso una citta’ affascinante, che ricorda per cert versi Salem ma un po’ piu’ spirituale e un po’ meno baraccona.

Con le pecore che fan da tosaerba sotto il Tor e panorami mozzafiato.

E domani si riparte verso altro ancora.

Qualcosa di non ancora visto e nuovo

(*) per qualche altra loro stravaganza il prezzo d’ingresso e’ sceso da 10 a 6 £
(**) e ad essere piena di posti che son anche titoli di canzoni dei Massiva Attack o perlomeno io son convinta che Cabot Circle sia una canzone loro

Rydw i’n dod o Italy o della preparazione per un viaggio

Questo post è molto breve ma serve per annunciare una grande notizia: dopo aver per anni collezionato Oyster Card perchè mi dimenticavo sempre di portarmi dietro quelle che già possedevo, quest’anno ho deciso di procedere diversamente.

Le ho messe in borsa con 10 giorni di anticipo.

Son sicura che cambierò borsa o qualcosa di simile.

Per quanto riguarda le avventure di “Annarella vs il Gallese”, lascio perdere perchè penso che i miei vicini inizino a pensare io sia posseduta da qualche demone sumero.

Al momento stanno sentendo voci che dicono cose tipo “Ble mae’r orsaf rheilffordd?” e suppongo che venga difficilino pensare che sto imparando a dire “Dov’è la stazione ?” e non abbia casa infestata da strane presenze.

Mi sento più o meno come i protagonisti di “Tre uomini a zonzo” quando tentano di comprare un cappello usando il libro per turisti inglese-tedesco e vengono cacciati dal negoziante che pensa sian pazzi.

Ben che vada son bilingui, il resto è paranoia mia memore della Cornovaglia ove parlavano si inglese con un accento talmente delirante da far si che “vuole il sale” suonasse tipo “Sto risvegliando l’armata di cavalieri di re Artù”

A proposito di guide, viaggi ed altre evenienze

L’altro giorno leggevo il post “metafisica delle mie guide turistiche” di Scorfano e, a parte spaventarmi per il numero di guide turistiche che appaiono nella foto, ho pensato che il mio modo di viaggiare era esattamente il contrario.

Partiamo dalla destinazione che per me funziona con il metodo “punto il dito su di una cartina e mi oriento su di un continente”. Tutto ciò può avvenire assolutamente a caso, magari ho letto qualcosa d’interessante sul luogo, e può anche avvenire 7 giorni prima della partenza.

C’è da dire che non ho mai molto chiaro quando andrò in ferie e quanto sarà la durata delle ferie. Diciamo che io miro di solito a 15/16 giorni in periodi stravaganti tipo settembre o novembre (*), segue dibattito e, saputo che van bene durata e periodo, inizio a preparare il viaggio.

E’ il momento in cui inizio a vagliare siti di offerte di voli/alberghi o, se non ho voglia di sbattermi, a pensare di fiondarmi in agenzia di viaggio. Tutto ciò avendo in mente alcuni punti fissi ma ignorando totalmente dove io possa finire.

Se l’organizzazione è mia l’itinerario lo faranno gli hotel ed i voli che riesco a trovare, se l’organizzazione è agente-like l’itinerario lo farà cosa c’è di disponibile. Da queste parti si è partiti con l’idea di andare in Egitto e finire a Barcellona, oppure di andare a fare le terme e finire ad Istanbul.

Quest’anno sono ancora in fase di dibattito. Avendo una mezza idea di andare a est ho un presagio che potrei trovarmi a nord-ovest oppure a sud. Dipende.

In questa vaghezza le guide sono qualcosa che fa parte del last minute, di quando ho idea di dove andare e inizio a pensare che forse potrebbe servirmi averne una.

Da quando ho il PadrePiophone viaggio con guida cellularizzata, cosa fighissima nel senso di occupazione, peso, ecc. Un po’ meno figa quando ti trovi ad Istanbul e, mentre guardi la tua cellular-cartina, uno ti fa presente che hai in mano un oggetto che tende ad essere oggetto di furti.
A quel punto decidi che la cellular-cosa è carina ma nulla può sostituire una solida mappa in cartaceo, soprattutto sul piano della sicurezza visto che giro a piedi o coi mezzi.

Il secondo punto, oltre la sicurezza, è che le guide le compero, eccome se le compero. Però non le uso.
Lo scorso anno credo di avere saccheggiato in lungo e in largo Apple Store americano e di essere partita piena di interessantissime app su qualsiasi destinazione.

Credo di averle usate più o meno per sapere dove andare a mangiare e cercare di capire dove fossi (**). Fine del discorso perchè per il resto c’erano le guide locali, c’erano i depliant nei posti e c’erano migliaia di immagini cinematografiche che riempivano la mente.

La guida era un qualcosa di più, qualcosa che arrivava da un paese lontano e descriveva la superficie ma non entrava nel luogo, era un po’ di parole su cosa avessi davanti, parole incapaci di riflettere e ritornare la meraviglia di un altro mondo.

E a questo si aggiungeva la voglia di andare altrove, sempre in posti diversi da quelli che il mio itinerario m’imponeva, legato com’era a treni e prenotazioni.

E’ come quando sul Greyhound mi trovai al bivio tra Nashville e Memphis e più oltre a vedere le indicazioni per New Orleans. Avevo scelto io quelle tappe ma in quel momento avrei voluto cambiarle, avrei voluto quell’altrove che avevo scartato.

Anche se sapevo che c’era ben poco o in quel periodo il clima era mortale, era un altrove che non avrei mai visto. E nel caso di New Orleans c’è proprio un “mai più come allora”.

I miei viaggi sono pieni di quegli altrove che non ho visto e non so se vedrò mai o che non vedrò in quel viaggio. Che siano Baltimora, New Orleans o Efeso poco importa, sono quell’altrove che rimane nascosto sotto una coltre di “chissà com’è”.

Sono la collina oltre la quale non puoi andare o verso la quale vorresti tornare.

E quest’anno questi altrove potrebbero essere ovunque, a seconda di dove porterà il viaggio. E anche quest’anno ci saranno altrove che non vedrò, che rimarranno nel “forse”, nel sarebbe stato.

Perchè “The Road ever goes on” e “Where many paths and errands meet.And whither then? I cannot say.”

(*) Dipende da dove la cartina mi portato
(**) Meraviglie del gps

E alla fine live in Pankow

Oggi è l’ultimo giorno intero, domattina si fan le valige e si riparte.
Berlino è sempre un’emozione, cose nuove da scoprire, i cambiamenti.

Ogni volta è anche un quartiere diverso, con posti e dintorni diversi.
Fino ad adesso quello che ho amato di più era vicino a Sauvignonplatz, diciamo che se ricominciassi la danza sceglierei quello un po’ per i dintorni e un po’ per la comodità dei trasporti.

Ho dei dubbi che sceglierei il grande albergo non perchè ci sia stata male, colazione a parte, ma perchè toltami la curiosità e budget a parte, penso che non varrebbe la pena a prezzo pieno.
Servizio ottimo alla reception, penoso per la colazione.
E’ difficile capire perchè nello stesso locale tu possa fare colazione a 12 euro a pianterreno e 25 al pano di sopra.
Soprattutto quando l’offerta è identica a quella di qualsiasi hotel che abbia visto a Berlino ma il servizio decisamente urfido.

La cosa ha funzionato così: stamattina ho aperto gli occhietti ed ho deciso che non avevo voglia di trascinarmi fino allo Starbucks e volevo provare la colazione alberghiera.
Mi vesto e parto in direzione posto da colazione.

Entro e mi sottopongo alla cerimonia della firma del foglie, numero di stanza e blah blah. Firmato il tutto la guardiana del posto mi lascia andare.
Mi giro attorno e c’è solo un tavolo libero, nessun cartello di “Riservato”, niente di niente. Solo tavolo libero.
Deposito le mie carabattole ed inizio a raccattare il cibo.
Mentre torno dalla raccvolta “succo-di-frutta” arriva la guardiana che, strillando come un’aquila, mi dice che il tavolo è riservato e che devo levarmi.

Faccio presente che non c’è posto, sottintendendo che forse forse toccherebbe a lei trovarmelo. Piuttosto sgarbatamente mi recupera i piatti e mi accompagna verso il posto nuovo.
Mi siedo e, visto che sta facendo la pucciosa con i signori reserviert, aspetto un attimo per vedere se muovo la magra chiappa e viene in mai direzione affinchè il caffè le possa essere ordinato.

Nulla

Bevo il mio succo di frutta, mangio buona parte delle mie cose e continuo ad attendere. NULLA
Ad un certo punto incrocio il suo sguardo e le faccio segno di venire dalla mia parte.

Dopo circa 5 minuti, a colazione terminata, si degna di muovere il culo e venire a sentire di cosa io abbia bisogno, ritorando poi col mio capuccino

Ora, brutta stronza, sto pagando 25 euro per fare colazione e sto pagando come qualsiasi altro ospite dello hotel. Avrei la stravagante e bizzarra pretesa di essere trattata un pelino meglio che in una bettola e, al tempo stesso, di avere un servizio che è peggiore di quello di qualsiasi bettola facendo le proporzioni.
Siamo in un 5 stelle ciccina, ci sarebbe la stravagante pretesa di trovarsi un pelino trattati meglio che in un motel della periferia di Minneapolis (*)

Il resto della giornata passa tra giri vari, un tentativo abortito di salire sulla Fernsehenturm ove la coda raggiungeva le due ore e pigro girellare perchè il clima è meraviglioso.

Verso le 3 mi prende la grande ispirazione: vado a Pankow, live in Pankow.
Per prima cosa vedo di trovare un acconcio mezzo che vada in quella direzione ma, pur guardando la mitica cartina, riesco ad infilarmi su un coso che va sì ad est ma non nell’est che voglio io.
L’est sbagliato è per me abbastanza stupefacente perchè non è particolarmente diverso da qualsiasi altra parte della Germania.
E’ qualcosa già notato a Dresda: vi sono tracce di DDR nel centro, Trabant ed architettura socialista. Il resto della città sembra avere mai avuto niente di architettonciamente diverso dall’ovest o, se mai è esistito, si è affrettata a toglierselo di torno.
La stessa cosa per l’est ma non est giusto.

Cosa vedo potrebbe essere a Berlino come a Leverkusen, niente che lasci pensare che lì vi sian mai stato altro che Bundesrepublick. Neppure i semafori sono diversi, neanche un Ampelman solitario.
Vedo alcune case interessanti, delle vecchie fabbriche del primo novecento ma nulla di speciale.
Deciso di tornare indietro, prendo finalmente la metropolitana giusta.

E vado a Pankow.

Ora il capolinea della U2 è in una zona che a me ricorda Whitechapel. Non ho ben chiaro perchè un quartiere est di Berlino mi debba ricordare un quartiere dell’eastend londinese ma “così vanno le cose, così debbono andare”.
Cerco delle indicazioni e le trovo per il Rathaus.

Parto, cammino un po’ ed inizio ad avere la visione del Rathaus che, tristemente, è carino ma nulla che mi dica che lì era DDR.
E’ tedesco, tipicamente tedesco ma io non volevo quel genere tedesco, volevo la memoria di cosa fu DDR.
Io turista voglio la memoria e la storia, davanti ho la quotidianità e qualcosa d’inatteso.

Adesso l’ho visto e so che aspetto abbia, mi chiedo solo se ho visto la parte giusta. Secondo Wikipedia no, sarà per la prossima volta

(*) Posti simili di solito hanno i camerieri sgarbati fino a sembrare una barzelletta.