Cene

Essendo stanca ed essendo la citta’ invasa da tifosi rugbistici, ho optato per cena presto, ossia in orario locale e ristorante vicino.

Quello decente piu’ vicino e’ un italiano ed e’ stato “oggi le comiche”.

Guardo il menu’ e opto per un’insalata nizzarda.
Arriva il piatto e, iniziando a mangiare, noto delle stranezze tipo l’assenza di pomodori e tutto quanto e’ insalata nizzarda.
In compenso c’erano dei caprini.

Essendo gli inglese convinti che la Ceasar’s salad sia un piatto italiano, non mi stupisco piu’ di tanto che possano pensare a una nizzarda senza tutto il resto ma con il formaggio di capra.

Dopo un po’ arriva la cameriera che, con aria strana, mi chiede se apprezzo il gusto del piatto che sto mangiando.
Io rispondo di si e lei, rinfrancata, che han sbagliato a servirmi e mi han portato un’insalata di caprini al posto della nizzarda.

Ribatto che effettivamente mi era parsa un po’ strana e che ricordavo che dovesse essere diversa, con altri ingredienti, ma va bene cosi’.

Arriva il momento del caffe’ e chiedo l’espresso.
Mi domandano: “Lo vuole alla napoletanao o alla milanese?”

Momento di silenzio mentre metto su un’espressione da procione perplesso.

Poi, partendo dirattamente dalle viscere, mi parte un “EEEH?” (maiuscolo e corpo 40, helvetica).

La cameriera, peraltro italiana, inizia a spiegarmi cosa sia un’espresso alla milanese e io, prima di sentirmi dire che e’ impanato e con lo zafferano, rispondo che sono italiana e per me l’espresso, tra i due, puo’ essere solo napoletano

Per inciso non era neppure ala napoletana, diciamo il solito espresso english way.

Da domani si torna agli stew, soup of the day e merluzzi.

Almeno non mi trovo ad immaginare un caffe’ con zafferano ed ossobuchi.

Km zeri tedeschi

In questi giorni, stante la volontà di non raggiungere le dimensioni di Bibendum e  cercando di nutrirmi un po’ meglio, ho deciso di provare a variare la mia dieta tedesca e, mentre c’ero, di iniziare a provare cibi locali, magari del famoso km zero.

Perlomeno queste erano le intenzioni.

Così ieri sera, recatami nel vicino cibificio, ho iniziato a selezionare cose sulla base della provenienza e della salubrità. Per cui frutta, pomodori ed insalata freschi e non più pretagliati e precazzeggiati.

Addirittura ho optato per le fragole nazionali, dette anche “fragole a km zero”. Ora, saran anche locali ea km zero ma costavan 1,5 euro in più al kg rispetto a quelle portoghesi. E’ da dire che son fantastiche ma mi rimane il dubbio che le abbia coltivate qualche monaco bavarese in ginocchio avvolgendole in preziose pergamene medioevali.

Quale sia la ragione per cui della frutta coltivata a meno di 200 km da qui (*) debba costare molto di più di quella coltivata a 1.500 km mi sfugge. Non stiamo parlando di prodotti particolari, non c’era neppure la famosa scritta BIO, nota per far crescere il prezzo di qualsiasi cosa in stato pre-marciume a livelli stratosferici.

Semplicemente eran tedesche e buone.

Stasera, non contenta di tanto splendore, ho deciso di visitare quanto più vicino ad Eataly ci sia da queste parti ossia le delicatessen di uno store del centro. Avevo un pochettino di paurina perchè era il posto dove avevo visto i cuori di bue a 9 euro al kg e supponevo vi potessero essere costi da gioielleria generalizzati

La prima visita è stata dal macellaio.

Appena entrata, ho adocchiato due meravigliosi wurstel bianchi e gioiosa come una pasqua ho detto alla signora che volevo quei due Bratwurst.
La signora mi ha guardato con aria schifata, mi ha chiesto che accidenti volessi e, dopo averle indicato gli oggetti del desiderio, mi ha fatto presente che quelli erano Weisswurst e non Bratwurst.
Il tono era da “Che minchia dici ignorante” o giù di con l’aggiunta di un paio di sottintesi che non credo di avere colto.
Non contenta di questo primo successo, dopo aver studiato i nomi dei vari salumi, ne ho anche aggiunto un paio.
Ora i casi son due: o io non aspiro a sufficienza le h e dovrei farmi venire le adenoidi apposta o questa non aveva voglia di capire e, enl caso del primo, siamo finiti a discutere a gesti.
In compenso alla voce “Blutwurst” ha risposto con prontezza e cortesia.
Finito il giro e l’ordalia mia, ha chiuso il pacchetto e pronunciato la sentenza prezzo.
Mi aspettavo una mazzata violenta e, invece, per circa 4 hg di salumi vari facevan 4,80.
Raccolta la mandibola ho pagato e mi sono avviata verso la nuova avventura.

Avevo appena adocchiato un negozio di pasta fresca locale e, in pieno attacco di “Oddioligvoglio”, ho preso i ravioli ricotta e spinaci. Anche qui i costi non erano eccessivi, in linea con quelli italiani, e si spera che lo sia anche la qualità.
Il commesso era italiano, capiva l’italiano, pronunciava in maniera corretta i nomi dando una qualche garanzia di non stare vendendo cose di genere terrificante.
Domani saprò dire.

L’occhio, a quel punto, è caduto sul banco della frutta/verdura dove splendevano le ciliege da 2 euro all’etto (**) e 18 euro al kg fli asparagi verdi. C’era però qualcosa di strano che colpiva ossia una massa di signore che sgomitava per comprare.
Che i signori di “Verdura da Tiffany” abbiano clienti parmi naturale essendo essi ancora aperti ma che questi sgomtino addirittura era strano.
La ragione dello sgomiting stava negli asparagi bianchi, in vendita a 3 euro al kg. A quel punto, stante lo zero chilometraggio, mi sono allegata anch’io pur pensando che quei cosi saran specialità locale ma san di poco.

A quel punto la spesa era completata e la cifra investita era più o meno quella di una spesa normale al mercato sotto casa pur essendo in una sorta di posto di lusso.

Tralascio la parte sul negozio di cioccolati belgi. Non voglio parlare di cotale meraviglia perchè fa male e per affrontare il dolore dovrei alzarmi, andare di là e recuperare un pezzo di Charlemagne cacao 70% allla violetta.

Detto ciò, mi pare che esistano tre possibili categorie di cibarie in Germania:

  • La cibaria di massa, più o meno costosa, con tutti i cazzabubuli para itlaiani o para etnici.  Costa abbastanza poco, non ha pariicolari sapori
  • La cibaria BIO ossia quella massa di cose che hanno l’etichetta BIO, non si sa se lo siano e costano un rene. Qui ci ricorda ancora dei costosissimi wurstel bianchi, Brat o Weiss non so, che sapevano di cartone.
  • La cibaria artigianale, le delicatessen. In proporzione costano  meno della cibaria BIO e hanno sapori decisamente migliori

Come già succede in Italia, bio o meno, il cibo locale diventa il cibo dei ricchi esattamente come lo è il cibo straniero originale. Anzi il cibo locale, il km0 sarà cibo da ricchi non foss’altro che costa di più.

Per cui se siete poveri ingrassate, riempitevi di conservanti e non rompete le balle.

(*) Km0 va bene ma questo è quanto passa il convento a meno di cercare i mercati dei produttori che mi dicono esistere e fare di secondo nome Tiffany
(**) Avevo voglia di ciliege e suppongo fossero buone. Anzi a 20 euro al kg, suppongo fossero meravigliose ma, disgraziatamente, non collimavano con la mia idea di caviale

Vedi alla voce spesa

Stamattina ho fatto fatto la spesa. Di per se stessa la notizia sarebbe ininfluente ma, essendo di umore bizzarro, mi sono messa a guardare meglio quale fosse l’offerta.

La prima cosa contro cui ho sbattuto va alla voce pomodori. In Germania i pomodori si trovano in tre possibili versioni:

  1. Economica. Si tratta di cosi rotondi, acquosi e totalmente insapori che provengono dall’Olanda. Portano l’altisonante nome di pomodori ma con l’omonima verdura hanno solo in comune il colore. Costano pochissimo e si trovano praticamente ovunque
  2. Un po’ più cari. Sono tedeschi, sanno meno di acqua, i legami di parentela con l’omonima si stringono. Si trovano di meno e costano qualche cosa in più
  3. Costo medio. Sono pomodori spagnoli ed è quanto di meglio si possa trovare senza rischiare di spararsi fuori un rene o fare un mutuo

Oggi pomeriggio, in un negozio di delikatessen, ho trovato la suddetta verdura in formato italiano e francese. Sono profondamente convinta che i cuori di bue che vendevano fossero buoni, anzi sono convinta fossero ottimi.

Perchè se così non fosse, ci sarebbe da comprare una cassetta di roba acquosa olandese ed andare a fare un assalto. Niente di personale, ma se una verdura costa 10.80 euro al kg, non deve essere solo buona ma anche provocare orgasmi multipli con saltello e pulizia del bagno incluse.

Stessa cosa per i meravigliosi pomodorini provenzali, 7,80 al kg. Visto il risparmio di 3 euro, in questo caso potrei fare a meno del saltello.

Guardando in giro, quando ci si è ripresi dall’infarto da pomodori, si nota che esistono due filoni ben distinti di cibo proposto: da una parte quello industriale che abbonda di “sapori di Provenza” o “Gusto italiano” con grande aggiunte di tutto quanto fa foto di cucina mediterranea. Su tutto il basilico, soprattutto il basilico. Cos’abbiano fatto il povero origano o i capperi non si sa, di sicuro il basilico lo ficcano ovunque, ancora un po’ anche nei dolci.

Il secondo filo sono gli ingredienti originali, non trattati, stile Eataly. L’andazzo “il Mediterrano fa figo” è lo stesso, non riflano il basilico ovunque e i prodotti arrivano dal filone “artigianale”. A differenza del primo filone, siamo nell’area costosa, di sicuro non un’area per la spesa quotidiana.

L’altra cosa che notavo stamattina è la difficoltà di trovare alcuni prodotti a favore della standardizzazione e, anche qui, dell’idea che“il Mediterrano fa figo”. Il fatto appare un po’ ridicolo quando si parla di salumi per cui si trovano mortadella e prosciutto mentre è molto più difficile trovare cose tipo “Prosciutto di Westfalia”. A meno di tornare al punto delikatessen e lasciarci giù il solito rene.

L’ultimo punto è lo sfruttamento e l’abuso di nomi legati a prodotti famosi. A parte le varie “Dio-solo-sa-cosa”zzarelle ed i vari parmigiani tarocchi, l’abuso è diffuso un po’ a tutti i prodotti. Inclusa roba tipo “Prosciutto Serrano” che ha l’aria di insaccato, suppongo sia anche buono ma viene venduto ad 1/20 di quanto costi il vero Serrano.

Essendo stamattina di umore bizzarro, ho fatto una spesa bizzarra mettendoci dentro anche un paio di vaschette Barilla precotte. Ora mi lascia un po’ perplessa il fatto che abbian messo mandorle ed anacardi  in ogni dove , mi lascia perplessa il nome da libro Harmony (Fantasie del Sole)ma fino a domani rimando ogni possibile giudizio. A favore il costo contenuto (2,29 euro cadauna)

E speriamo in bene per il pranzo di domani

Terra Madre o del cibo dei ricchi

In questi giorni è in corso a Torino “Terra Madre” o, come pomposamente viene definito, “Il più grande evento contadino del mondo”.

Terra Madre è un incontro di poveri, di analisi di necessità di poveri, di culture povere che nutrono i ricchi.

Perchè per riuscire a porre la manina su una fettina di formaggio del BahwaBahwa non bisogna essere un contadino ma qualcuno che se lo può permettere.

La grande, tremenda contraddizione che vedo in Slow Food e quanto vi gira attorno è di essere partito dalla riscoperta di sapori ed esperienze gastronomiche comuni  a tutti per approdare ad un evento da ricchi.

Esattamente come evento da ricchi è “Il Salone del Gusto” a 25 euro cadacrapa.

Chiariamoci: chi scrive non ha assolutamente nulla contro la spesa fighetto-natural-sapore-della-terra-sostenibile-agricolturale. Ma chi scrive non deve mantenere una famiglia.

Ma non mi sfugge che le culture povere, le culture da cui tutti noi proveniamo stanno diventando esclusiva di chi ha cultura e/o soldi. Fine del discorso.

Il povero mangia da Mc Donald’s, il povero non mangia di sicuro il cardo di Nizza o il formaggino di capra del Mead. Anche se quello appartiene alla sua storia ed alla sua tradizione.

Una tradizione che non gli appartiene più, espropriata. Perchè per stare dietro alla tradizione dovrebbe svenarsi e nella scala dei bisogni il gusto del cibo slow-food-eco-sostenibile-sapore-della-terra viene ben dopo il bisogno primario di NU-TRIR-SI.

Siamo allo snodo di una contraddizione dove s’incontrano uno dei bisogni primari con la nostra sofisticazione da europei ricchi e, si spera,in grado di capire cosa c’è dietro e non d’ingozzarsi unicamente perchè fa fighett-modaiolo.

Ho visto e ricordo i primi due Saloni del Gusto: il bengodi del cibo d’elite. Solo che il bengodi allora offriva gli assaggi gratis ed un affollamento sostenibile. Nonchè una percentuale di tamarri molto vicina allo zero.

Oggi il rischio è svenamento in mezzo a folla strabordante cum tamarro danaroso. Perchè oggi quel cibo fa status. Siamo partiti dalla riscoperta dei sapori  e dei cibi tradizionali per approdare sulla spiaggia del fighettismo.

Adesso scusate vado a finire di preparare il caffè da un rene al kg che consumerò domattina a colazione assieme ai biscotti preparati da secondo ricette direttamente tramandate via aedi celtico-burgundi (*).

Che sappia che la cosa è un po’ comica va bene, che non mi piaccia quel genere di cibo un altro paio di maniche.

(*) Non esistono. Echissenefrega, veniva bene la frase.

Comfort food

Leggevo questo post de “L’edipeo enciclopedico” sul terrificante neologismo “cibo coccola”. Ammetto che il neologismo è la pessima traduzione di “comfort food” o “cibo familiare/che da conforto”. Non proprio coccoloso ecco.

Prendendo il mio odierno pranzo (tortellini di zucca, macedonia e cioccolato di Modica (*), il tutto accompagnato da birra cinese da provare (***)) lo definirei “Viziamoci food” mentre quello di stasera (insalata di tarassaco con uovo sodo) lo definirei “Cibo familiare di erba di campo che adesso costa come l’oro e da quella soddisfazione da mangio-sano&popolare-e-mi-piace”.

Quindici euro al kg per un po’ di erba che si trova nei campi e ciò solo perchè non ho un prato a portata di mano. URGH!

(*) Si ringrazia il latore del cioccolato portato direttamente da Modica, possano le divinità del cioccolato agevolarlo in qualsiasi sua attività (**)
(**) Nota benedizione in auge tra gli amanti del cioccolato sbavanti
(***) Si ringraziano anche i ragazzi del ristorante cinese King Hua di c.so Racconigi per avermela fatta scoprire

Del cibo e della smemoratezza

Ieri sera, mentre cucinavo, mi sono ricordata che avevo finito l’olio. Nulla che provochi la fina del mondo ma abbastanza scomodo se pensi di preparare un’insalata o di cucinare. Scoprirlo il sabato sera comporta che o ti trovi un negozio aperto il giorno dopo o stai senza fino ad una data imprecisata in cui riuscirai ad effettuare l’acquisto.

L’unico negozio che mi e’ venuto in mente aperto la domenica e dotato di quanto necessario e’ stato Eatitaly. A cio’ e’ seguito un “AAAAAAAARGH” in quanto nel we e’ strapieno di gente di ogni tipo/genere/misura. L’unica soluzione, o cosi’ appariva nella mia mente, era quella di andarci durante l’ora di pranzo di modo da evitare la rissa/calca/pestaggio.

Metto in atto il piano e mi avvio. Arrivo. Trovo l’olio. Mi chiedo se l’olio che sto guardando sia spremuto in ginocchio da monaci tibetani (15 euroli per 75 ml), trovo un’olio meno costoso e che non provochi un attacco isterico nel caso si versi. Il task si sarebbe potuto definire “completato” non fosse che mi e’ venuto in mente che volevo lo yogurt.
Mentre vado verso il settore latticini al fresco, passo davanti alla pasta fresca e mica vorrete non prendere i plin a non-ricordo-che-erba? Mi pare normale e altrettanto naturale mi pare prendere i non-so-piu’-cosa.
D’altronde nel transito c’e’ pure il settore formaggi/salumi e una mozzarella ci sta bene cosi’ come non si puo’ evitare il petto d’oca blah-blah.
E il fatto che il cioccolato stia davanti allo yogurt non sara’ un segno del destino? Se il destino mi indica a chiare lettere che Domori e’ sulla mia strada, prendiamo tre tavolette tre, sia mai che una e’ triste, cacao al 70%.
Pero’ si sta facendo tardi e mi viene un po’ di fame. Mangiamo qualcosa al banco della verdura. Ora l’idea iniziale eran le lasagne vegetariane che eran pero’ soggette a 10-15 min di attesa mentre la polenta concia era pronta.
Ordino la polenta concia. Qui si vorrebbe far presente che “polenta concia” fa venire in mente una polenta molle con tanto formaggio fuso. Non due fette di polenta passata in padella con un po’ di formaggio sopra. Estigrandissimi cazzi e alla faccia di Recupero-delle-Tradizioni-Locali e Conservazione-delle-Tradizioni-Alimentari nonche’ del concetto di polenta concia come da sempre viene tramandato nella memoria di chi l’ha mangiata ad Oropa.
Che il cibo “polenta passata in padella con formaggio grattugiato sopra” fosse quasi buona, buona no, e’ un concetto. Che fosse polenta concia, un altro. Quella vera l’avrei digerita 6 anni dopo con pisolino annesso, questa e’ scesa manco fosse una minestrina.

Esaurita la fase “mangiamo”, scattava quella “caffe’ “. Mi avvio verso il caffe’ e passo nel settore pesce. Trota salmonata affumicata della valle Pesio. MIA anche se a quel prezzo, 30 eurini al kg, mi compravo mezzo allevamento in condizioni normali .
Esaurisco la pratica caffe’ e mi avvio verso la cassa incidentalmente mettendo 3-4 altre cose, ovviamente costose, nel carrello.
Da ultimo decido per due libri di ricette letterarie che sia mai che mi viene da mettere in pratica la cucina degli Elfi o quella di Agatha Christie.

La cassiera conta-conta-conta. 90 euro. Il tutto per avere dimenticato di comprare ieri l’olio.

In compenso la cena di stasera e’ stata: trota salmonata affumica con goccio di olio dei monaci tibetani, insalatina sempre con goccio di olio che se mettiamo su l’OPEC degli oleifici diventiamo meglio del Dubai, yogurt di capra e pezzo di cioccolato Domori, non ricordo il cru, cacao 70%.