Tappetai

Zizu, Istanbul, Turkey 2006, originally uploaded by heymrleej.

ono ad Istanbul, davanti alle mura del Topkapi

Perchè andarci:

– hanno i più bei tappeti che abbia visto in giro
– vedrete migliaia di pezzi, con calma, senza che nessuno faccia fretta tra un te alla mela ed un dolcetto
– hanno meravigliosi pezzi di vestiario antico
– parlano bene italiano, francese ed inglese
– una volta avuto il pagamento, il meraviglioso tappeto è arrivato a casa mia in 3 giorni. Bello, curato e con tutti i crismi di certificati e spiegazioni.

Li trovate qui:
Arsah Carpets
21 HocaPaşa Mahallesi Alemdar Caddesi
ISTANBUL
Turquie
Tél : (0212) 526 56 48

Dei ritorni

Il primo trauma è climatico. Ieri ero in un posto assolato, clima tiepido ed oggi ho trovato nebbia, freddo, umido.
Il secondo sono la luce ed i colori: passi da qualcosa che è intensamente colorato, da una luce che è intensa anche a novembre al buio ed al grigio.
Dall’azzurro al nero, senza vie intermedie.

Il terzo è il dovere affrontare di nuovo la normalità o anormalità che si voglia, dopo un X di giorni passati tra dialoghi casuali, conoscenze on the road e tutto quanto fa spettacolo.

Come trovarsi sull’aereo in una situazione bizzarra e, a naso, abbastanza delirante.
Interno aereo, non sta salendo più nessuno. Supponendo sia stato dato il “boarding completed” mi sposto verso il finestrino.
Arriva il titolare del posto e, prima di spostarmi gli chiedo se non si potrebbe far cambio.
Risposta: “No, amo viaggiare vicino al finestrino”.
Benissimo, no problems, mi sposto.
Per qualche ragione il tipo mi parla in inglese, spiccato accento bergamasco e tono da categoria dello spirito “milanese”.
Passano alcuni minuti, sempre in inglese, mi si rivolge e mi dice:
Tipo-del-finestro: “Volevo farle una proposta, a me non piace viaggiare vicino al finestrino durante decolli ed atterraggi. Io faccio cambio con lei e poi ognuno ritorna al suo posto”.
Me rimane tra l’interdetto e l’attonito. Indecisa se rispondere “Tu hai fumato roba tagliata male” o qualcosa d’affine, mi limito a neppure alzare la testa dal libro ed a rispondere “Benissimo, se cambio una volta poi rimango lì”.
TdF appare quasi offeso e mi dice che la sua era un’ottima offerta che metteva d’accordo le nostre esisgenze. Nostre esigenze un beato, mi è venuto da rispondere, più che altro soddisfava le tue e null’altro. Essendo ogni tanto una signora mi limito ad ignorarlo mentre mi chiedo da dove esca sto fenomeno.

Rimangono i ricordi adesso, rimane il sapore della balaclava, dei caffè densi e scuri, l’odore di borotalco delle moschee, il profumo delle spezie.
Rimangono i tappeti perchè alla fine il venditore giusto l’ho trovato. M’ha sbattuto sotto il naso il Kilim giusto, con dei colori che erano caldi come l’estate, morbido e invitante il giusto.
Ha vinto lui ma ha vinto anche la voglia di qualcosa di bello, qualcosa da guardare e da cui farsi scaldare.

Ha vinto la bellezza, l’incanto di una città sospesa tra epoche, mondi, storia e futuro.

Tra i ricordi di imperi ed il futuro che ancora sta nascendo. Una città decisamente piena di giovani e di bellissimi vecchi, tra internet in ogni dove e i venditori che ancora girano con le merci sulla testa.
Con gente normale ammirata dal Topkapi o intenta a traghettare verso la sponda asiatica.

E lo stesso Topkapi, oltre agli intrighi e alla storia, t’insegna anche che i ricchi di un tempo eran decisamente più ricchi di tutto. Non solo monetariamente o a livello di beni ma, soprattutto, a livello di qualità della vita.

E’ stato bello andare, guardare, girare in angoli strani, trovarsi in situazioni paradossali, conunicare a gesti, scoprire posti da locali.

Colori, vita, suoni. E un’atmosfera decisamente più a misura d’uomo di quanto non siano le città del nord Italia, troppo prese a rincorrere l’idea che se sei un work-alcoholic non hai voglia di lavorare (*)

Fa freddo in Italia, non solo climaticamente. Fa freddo per quanto siamo diventati aggressivi, nervosi, armati l’uno contro l’altro.

E se è vero che di sicuro siamo più ricchi, al tempo stesso stiamo diventando sempre più poveri.

E sempre meno colorati.

(*) Quando la gente inizia a pensare che 14 ore al giorno siano un orario “giusto”, forse forse, ha perso un pochino il senso delle cose e la prospettiva delle priorità.

Di mercati, moschee e dervisci

Istanbul e’ una citta’ un particolare. Una citta’ dove c’e’ sempre qualcuno pronto a darti una mano, dove molta gente sorride e, al tempo stesso, una citta’ di contraddizioni spesso violente, anche se l’occhio turistico fa fatica a coglierle.

L’occhio turistico vede la magia dei monumenti, dei colori dei bazar, il sorriso e la cordialita’ della gente. Poi giri l’angolo ed i colori del bazar rimangono ma, senza la folla turistica, cambiano merci e prodotti.

Da una parte il Gran Bazar dove tutto e’ in vendita e pur di convincerti all’acquisto tiran fuori le cose piu’ bizzarre. Attonro maree di negozietti con cose che noi credo avessimo negli anni ’60. E anche negli anni ’60 certi copriletti “nuvola di tulle” non sarebbero stati visti bene.
I colori del Mercato delle Spezie, cosi’ tremendamente simile a Porta Palazzo un sabato mattina.
Attorno la poverta di vie e case trasandate, spesso incendiate ma non ricostruite.
Basta girare l’angolo e ti ritrovi che, come per magia, tutti i turisti sono svaniti. Rimane la popolazione locale.

Da una parte le tante donne vestite in nero integrale come in Arabia, dall’altra le studentesse con la minigonna. Studentesse che dopo si mettono il velo ed entrano nella moscheaa ed accettano, come da tradizione, di pregare in fondo, dietro le grate di legno.

E poi ci sono le moschee di Istanbul. Grandi, bellissime, dagli arabeschi e dai colori abbacinanti. Contro il grigio della pietra, il blu e i verdi ed il rosso dei tappeti.
E poi ci sono quelli che pregano nel silenzio della Moschea di Sulemayn e pregano nonostante la presenza di tanti turisti che vanno, vengono, scambiano la moschea per un mercato e fanno un po’ quello che vogliono.

Ho spesso sentito il lagno medio tipo “AAAAH, in Arabia non potrei portarmi la Bibbia” (*) il tutto dietro ai grandi discorsi di tolleranza/rispetto/eticazzi antani.
Oggi ho visto Moschea Blue, Moschea di Sulemayn e Moschea Nuova (**). Dentro c’era gente prostrata e si suppone non stesse pulendo i tappeti con la fronte.
Le scene di maludacazione e mancanza di rispetto da parte degli Occidentali che hanno i Valori della Tolleranza e del Rispetto per le Altre Religioni erano all’ordine del giorno. Da commenti stizziti ed ululati su “perche’ non posso usare il flash” e la risposta sarebbe stata “Pirla, di solito non si usa per evitare di rovinare i colori”, a quello che si lagnava vox clamantis perche’ LUI era arrivato fin li’ e non volevano fargliela vedere tutta, a quelli che, in barba ai cartelli, si ficcavano in punti non da turisti per farsi la foto di gruppo.
Che poi, detto onestamente, se te ne frega nada perche’ farsi proprio la foto li’ ?
Fossi stata uno dei soggetti inginocchiati, mi sarei alzata, avrei preso un badile pieno di quelle belle spezie piccanti e glielo avrei fatto ingoiare per vie alternative a quella orale.

Aya Sophia e’ stata quasi una delusione. Troppa storia, troppe aspettative, troppo casino. E’ come una bellissima scatola piena di storia ma vuota di poesia.
Il contrario della Moschea di Sulemayn con la poesia del silenzio ed il piccolo cimitero pieno di gatti di ogni tinta e colore. Un posto magico, sulla cima della collina.

E per chiudere la sera i dervisci. Peccato che vederli in un ristorante ti lasci il dubbio se siano “the real thing” che tira un po’ di soldi o cosa. Di sicuro non visto la cosa molto “da turisti” visto che, piaccia o meno, e’ l’equivalente di inviare una gruppo di monaci che recitano le Ore in un ristorante. Bello, interessante ma il silenzio che richiede la cosa non e’ molto adatto ad un ristorante.

Dopo oggi, sorgemi spontanea una domanda: una bella trasfertina ad Istanbul, no eh ?

(*) La Bibbia non e’ un libro lettissimo. Perche’ uno debba farsi voglia, che so, di leggersi Osea o Qohelet quando sta a Doha e’ uno di quei misteri che mi sfuggono.
(**) Niente di particolare, e’ come vedere s. Maria Novella, San Lorenzo e Santa Croce a Firenze. Solo che la gente le usa ancora come luoghi di culto durante tutta la settimana.

Strane paure

Dopodomani parto, vado ad Istanbul per alcuni giorni. Dopo enne viaggi lavorativi è finalmente arriva l’ora di uno totalmente ed esclusivamente godereccio. (*)

La cosa più buffa è la reazione di alcune persone di fronte alla scelta della località: paura, dubbi, incertezze, leggende metropolitane (*), migliaia di raccomandazioni.

Istanbul non è ancora il totalmente altro, non parliamo di un villaggio persone nel centro del Kazakhistan, è una città che sta a metà tra Oriente ed Occidente, centrale alla storia di questo continente prima e dopo che la conquista di Maometto II.

Eppure questo minimo scarto rispetto alla norma europea ne fa già “altro” per molti, la pone già oltre quel confine dove il certo ed il conosciuto, posto dalla cultura diversa e, come tale, aliena e piena di pericoli.

E’ bizzarro come di fronte ad asserzioni tipo “Ho girato per gli USA in autobus”, nessuno faccia un plissè. Gli USA, persino nella parte più inquietante e povera, sono finisti come cultura di casa. Che il redneck possa considerarti come alieno e nemico, è percepito molto meno pericoloso rispetto alle moschee o ai dervisci di Istanbul.

Perchè il grande nemico, la grande differenza, il grande rischio pare essere proprio quello: l’Islam.

Anni di lavaggio del cervello, di notizie distorte o di non notizie lasciano il segno. Non importa che si parli di una città tranquilla, che non si parli di sicuro di andare a ficcarsi nell’estrema periferia urbana ma di vedere Aghia Sofia o il Topkapi, “HIC SUNT LEONES” è quanto appare scritto sui display mentali.

La diffidenza è talmente radicata che neppure testimonianze di altre persone che l’han visitata bastano a sciogliere i dubbi, a placare l’ansia. Negare l’ansia vuol dire negare che là vi siano i mostri, là vi sia il pericolo.

Paradossalmente si finisce per arrivare a situazioni in cui Atlanta si, e parliamo della città più violenta degli USA, Istanbul no.

E’ come se già esistente divisione turisti e viaggiatori divenisse ancora più profonda, ancora più marcata. Non solo più nel modo di affrontare il viaggio ma anche nel modo di affrontare la cultura “altra” (*)

In “The Black Swan”, parlando di Beirut, Tassim Taleb dice che ci fu un momento in cui si smise di pensare al Libano come parte dell’Europa e si iniziò a pensarlo come parte di un altrove che era l’Asia.

La stessa cosa è successa per Istanbul: in un qualche modo si è smessa di considerarla come Europa, come posto centrale alla storia europea e si è iniziato a considerarlo “altrove”.

Una distinzione bizzarra, figlia del terrore spicciolo di questi anni. Una distinzione marchiata a sangue nella mente delle persone ormai chiuse nel bozzo del certo e dell’Occidente.

Un Occidente che non fa paura, che è il conosciuto. A prescindere che poi sappiamo ancora cosa sia o meno

(*) Sempre che altro si possa definire un posto profondamente imbevuto di cutlura europea.

(*) Bizzarramente non è uscita quella delle ragazze rapite e rivendute ad Istanbul.