Strane paure

Dopodomani parto, vado ad Istanbul per alcuni giorni. Dopo enne viaggi lavorativi è finalmente arriva l’ora di uno totalmente ed esclusivamente godereccio. (*)

La cosa più buffa è la reazione di alcune persone di fronte alla scelta della località: paura, dubbi, incertezze, leggende metropolitane (*), migliaia di raccomandazioni.

Istanbul non è ancora il totalmente altro, non parliamo di un villaggio persone nel centro del Kazakhistan, è una città che sta a metà tra Oriente ed Occidente, centrale alla storia di questo continente prima e dopo che la conquista di Maometto II.

Eppure questo minimo scarto rispetto alla norma europea ne fa già “altro” per molti, la pone già oltre quel confine dove il certo ed il conosciuto, posto dalla cultura diversa e, come tale, aliena e piena di pericoli.

E’ bizzarro come di fronte ad asserzioni tipo “Ho girato per gli USA in autobus”, nessuno faccia un plissè. Gli USA, persino nella parte più inquietante e povera, sono finisti come cultura di casa. Che il redneck possa considerarti come alieno e nemico, è percepito molto meno pericoloso rispetto alle moschee o ai dervisci di Istanbul.

Perchè il grande nemico, la grande differenza, il grande rischio pare essere proprio quello: l’Islam.

Anni di lavaggio del cervello, di notizie distorte o di non notizie lasciano il segno. Non importa che si parli di una città tranquilla, che non si parli di sicuro di andare a ficcarsi nell’estrema periferia urbana ma di vedere Aghia Sofia o il Topkapi, “HIC SUNT LEONES” è quanto appare scritto sui display mentali.

La diffidenza è talmente radicata che neppure testimonianze di altre persone che l’han visitata bastano a sciogliere i dubbi, a placare l’ansia. Negare l’ansia vuol dire negare che là vi siano i mostri, là vi sia il pericolo.

Paradossalmente si finisce per arrivare a situazioni in cui Atlanta si, e parliamo della città più violenta degli USA, Istanbul no.

E’ come se già esistente divisione turisti e viaggiatori divenisse ancora più profonda, ancora più marcata. Non solo più nel modo di affrontare il viaggio ma anche nel modo di affrontare la cultura “altra” (*)

In “The Black Swan”, parlando di Beirut, Tassim Taleb dice che ci fu un momento in cui si smise di pensare al Libano come parte dell’Europa e si iniziò a pensarlo come parte di un altrove che era l’Asia.

La stessa cosa è successa per Istanbul: in un qualche modo si è smessa di considerarla come Europa, come posto centrale alla storia europea e si è iniziato a considerarlo “altrove”.

Una distinzione bizzarra, figlia del terrore spicciolo di questi anni. Una distinzione marchiata a sangue nella mente delle persone ormai chiuse nel bozzo del certo e dell’Occidente.

Un Occidente che non fa paura, che è il conosciuto. A prescindere che poi sappiamo ancora cosa sia o meno

(*) Sempre che altro si possa definire un posto profondamente imbevuto di cutlura europea.

(*) Bizzarramente non è uscita quella delle ragazze rapite e rivendute ad Istanbul.

Manco fosse l'AIDS

Quando leggo notizie come questa: “Dal prossimo ottobre, baciarsi sarà vietato in un liceo di Roma. Il preside dello Scientifico Newton è convinto che il divieto finirà per ridurre la diffusione del virus della nuova influenza”, mi chiedo se siamo in piena psicosi oppure stiamo scambiando un’influenza per una forma strampalata di AIDS.

Peggio ancora, mi vengono in mente visioni da peste nera post-atomica leggendo questo:Il rito funebre è stato celebrato alle 10, in una chiesa deserta, presenti solo la madre Antonietta, 77 anni, la sorella della donna e sua nipote, oltre a uno o due fedeli.

Per non parlare dell’International Herald Tribune con l’articolo sui modi alternativi di salutarsi senza bacessi e strette di mano, corredato di eleganti figurine.

E’ come se tutti i possibili deliri uscissero fuori spinti dalla paura dell’influenza. Un’influenza che da una parte si continua a descrivere come la Peste Nera dei nostri giorni, badando più al sensazionalismo che all’informazione sui rischi autentici.

Tutto quell’ambaradan di divieti relativi ai contatti fisici dovrebbe essere in piedi ogni volta che c’è qualcuno con una normale influenza o un raffreddore perchè quello è il modo in cui si trasmettono.

Perchè la suina debba fare più paura di un’asiatica o una filippina, non lo so. So che è difficile rimanere fuori dal circolo di notizie, dai titoli sensaionalistico-terrificanti, Repubblica docet, e dal non riuscire a capire bene.

Rimane l’immagine di quel poveraccio sepolto in solitudine ed una domanda che mi frulla nella testa: se c’è tutto sto ambaradan di veti legati al contatto fisico, perchè capista i portantini di una cassa da morto si son messi l’imbardatura da inverno nucleare e peste atomica ?

Avevano paura di prendersi il virus dal legno ?